Rassegna stampa

 

23/01/2007

IL GIORNO

FELICITÁ É...TAGLIARSI UNA BISTECCA DA SOLI Trapianti di mano sei anni dopo


I tre pazienti raccontano il loro ritorno a una vita normale grazie a Marco Lanzetta

Era il 17 ottobre del 2000. Tutto il mondo aveva gli occhi puntati sull'ospedale San Gerardo e sul primo trapianto di arto da cadavere eseguito in Italia. Il primo di cinque autorizzati nel 1999 dal ministero della Salute «per agevolare la ricerca scientifica, valutare la risposta dei pazienti al nuovo arto e ai farmaci, e la loro tenuta psicologica». Da allora, dalla storica immagine del paziente numero uno, Valter Visigalli, che ammira la sua nuova mano accanto al microchirurgo Marco Lanzetta, di trapianti ne sono stati eseguiti altri due. L'1 ottobre del 2001 su un operaio di Teramo, Gianni Di Antonio, che aveva perso la mano destra a causa dello scoppio di un petardo, e il 6 novembre dell'anno successivo su Domenico D'Amico di Reggio Emilia, vittima di un incidente stradale. Spenti i riflettori dei giorni del trapianto, i tre trapiantati hanno proseguito la loro vita, le cure, la fisioterapia. Sapevano, ancor prima di entrare in sala operatoria, che non sarebbe stato facile. Che il recupero della funzionalità della mano sarebbe stato lento e faticoso. Ma oggi dimostrano di essere tornati a una vita indipendente.

Adesso è tutto più semplice. «Allacciarsi le scarpe, abbottonarsi una camicia, scrivere con la destra», con quella mano che ti eri rassegnato a non avere più. Anche «mangiare e tagliarsi una bistecca da soli». «Adesso sì, sono più indipendente, soprattutto nelle piccole cose», quelle di cui non ti accorgi finché non ti ritrovi dall'oggi al domani senza una mano. Domenico D'Amico, origini siciliane ma da una vita trapiantato a Scandiano, alle porte di Reggio Emilia, 14 anni fa è rimasto vittima di un incidente d'auto in cui perse la mano destra. «Un po' mi ero abituato ad arrangiarmi, poi, quando ho visto in televisione il trapianto su Valter mi sono fatto avanti», racconta, accarezzandosi ininterrottamente la sua nuova mano. «Certo - confessa -, nei giorni dopo l'intervento ho avuto grandi momenti di sconforto, ho perso venti chili in un mese, ma rifarei tutto». Domenico lavora in una ditta di costruzioni industriali. «Prima dell'incidente guidavo anche le gru, adesso chissà, potrei tornare a farlo con maggiore facilità». Per ora si deve accontentare di guidare la macchina. Patente B speciale con obbligo di cambio automatico. «Mi avevano imposto anche altri accorgimenti ma ho fatto ricorso. Credo però che la patente normale non me la daranno neanche in futuro», allarga le braccia D'Amico.

A sentir parlare di patenti, Valter Visigalli è come se ricevesse una pugnalata al cuore. Lui che ha sempre sognato di guidare il camion come i suoi fratelli. Ma «hanno tolto ossigeno alla speranza che ho sempre avuto - sbuffa -. Mi sono informato, ma mi avrebbero permesso di guidare solo mezzi fino a 7,5 tonnellate. Dei furgoni. Io volevo il camion». Ormai si è messo il cuore in pace, Visigalli. A Mediglia non ci abita più. Lì continua ad andarci, tutti i giorni, solo per lavoro, alla portineria della Mapei. Ha traslocato a Mulazzano, nel Lodigiano. Ha cambiato vita, e ora pensa soltanto a migliorare la funzionalità della mano trapiantata, «anche se i progressi sono molto lenti, lunghi». Va bene, «il peggio dei primi periodi è passato» però «ogni tanto, quando non riesco a fare certi movimenti, un po' mi pento. Sono sempre cauto ad usare la mano, non si sa mai». Basta un attimo per riordinare i pensieri. «Comunque lo rifarei eccome, il trapianto, magari non come cavia come sono partito io», scherza Visigalli. Lui è stato il primo paziente in Italia, sei anni fa, a ricevere una mano nuova.

A lui si era rivolto Gianni Di Antonio, il secondo in lista d'attesa, per sentire «come era andata». Anche se ormai la decisione, Gianni l'aveva presa. «La mia fidanzata, che adesso è diventata mia moglie, non era tanto d'accordo, ma era una cosa mia». Anche a Gianni «è andata bene». È contento. Per la consu

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